Inter, gol gioiello, messaggio ricevuto

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Federico Dimarco, cresciuto tra cassette di arance e profumo di mandarini nel negozio di ortofrutta di famiglia, zona Porta Romana. Cresciuto a pane e Inter, a San Siro a tre anni guardava il primo tempo poi si addormentava tra le braccia del papà.

La prima volta a San Siro la giocò con la maglia del Parma in un pomeriggio afoso di inizio settembre 2018, e fu subito devastante per chi c’era, come il sottoscritto: prima il salvataggio sulla linea (anche con un braccio) sul possibile vantaggio di Perisic, poi un missile al sette di Handanovic sparato con le tre dita come insegnato dal maestro Roberto Carlos.

Anche in Armenia si può avere una giovinezza relativamente felice almeno se non perdi il papà quando ancora devi conoscere il mondo.

Ad Henrik Mkhitaryan successe a sette anni ma il seme del calcio lo aveva già dentro.

Andò in Brasile per affinare la tecnica, condivise la stanza con il profeta Hernanes. 800 partite e 200 gol dopo oggi parla sei lingue, corre un po’ meno ma disegna calcio come pochi altri ancora.

Ieri sera la partita contro il Genoa sembrava destinata a restare impigliata nell’incapacità nerazzurra di sbloccarla, sospesa come il fiato dei tifosi.

Poi il Pippo Franco nerazzurro e il figlio del fruttivendolo hanno creato un gioiello che ha illuminato San Siro, Milano, e tutta l’Italia del calcio.

La volè di sinistro sul secondo palo è difficile di per sé, se sei in corsa e ad un metro dalla riga di fondo diventa un esercizio di coraggio o incoscienza, chiamatela come volete. Ci provi solo se sei forse il miglior laterale europeo in un momento di trance tecnica e agonistica e soprattutto se ti arriva una palla disegnata come un arcobaleno poetico e perfetto dal piede raffinato dall’armeno.

A rivedere l’azione non si sa se è più entusiasmante l’assist o il tiro al volo, il risultato della combinazione è un gol la cui bellezza vale tutti i chilometri fatti, il prezzo del biglietto e qualche incazzatura dei giorni precedenti.

A completare la parure nerazzurra la prova di Luis Henrique, finalmente convincente a pieno regime dopo i primi minuti di titubanza.

Prende un palo, conquista il rigore, finalmente inizia a spingere anche in verticale. Ne ha impiegato di tempo, adesso Dumfries sta tornando, meglio tardi che mai.

Da Barella timidi segnali di ripresa, nessuno invece da Thuram, con il derby alle porte e in attesa di notizie sulle condizioni di Bonny il problema attacco diventa sempre più fastidioso.

Vittorie fuori tempo massimo per la concorrenza ma a Napoli resta da festeggiare solo la vittoria al festival di San Remo, il rush finale del Milan a Cremona lascia il tempo che trova, le distanze immutate e la sensazione che l’Inter possa e debba gestire il derby con relativa tranquillità, due risultati su tre a favore e nessun’altra distrazione europea in vista dello sprint finale.

Tutto come accuratamente preparato nelle ultime settimane, per lenire le troppe ferite degli ultimi mesi, per restituire almeno in parte gli sfottò degli altri, perché basta con le emozioni, adesso vincere non è importante, vincere è l’unica cosa che conta.

Lo diceva Giampiero Boniperti anni fa, messaggio ricevuto anche dalla maggior parte degli interisti.

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