Inter, troppe domande senza risposta

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Una sola certezza: la squadra si è bloccata, nella testa prima che nelle gambe, Como, derby, Atalanta, un filotto di mediocrità imprevisto e imprevedibile solo un mese fa.

Alla luce di questi risultati possiamo dire che il teorema secondo il quale l’uscita dalla Champions doveva rappresentare l’autostrada da imboccare necessariamente per arrivare allo scudetto era farlocco ?

Dalla sconfitta nel derby d’andata fino al ritorno col Bodo 13 vittorie e il pareggio col Napoli, l’uscita coi norvegesi segna l’inizio della crisi anche in campionato.

Ma solo perché si rompe Lautaro?

Oppure perché proprio il doppio confronto europeo manifesta la consunzione dei muscoli e delle certezze dei ragazzi di Chivu? Oppure, ancora, perché loro per primi sanno che il play off doveva e poteva essere superato se solo tutto il contesto ne fosse pienamente convinto?

Domande che resteranno senza risposta.

Così come quelle sulle decisioni del sig.Manganiello negli ultimi minuti del match.

Il fallo su Dumfries in occasione del pareggio e quello di Scalvini su Frattesi non sono netti, sono solari e arrivano una settimana dopo il rigore negato nel derby per il fallo di mano di Ricci.

Sarebbe inutile anche domandare a Rocchi se e per quanto tempo l’Inter dovrà scontare ancora l’episodio di Bastoni o se addirittura c’è di peggio da temere, le risposte ce le diamo da soli parlando al bar con gli amici, ci diamo ragione a vicenda e non si rischiano querele.

C’è un’ultima domanda che rischia di cadere nel vuoto: perché il silenzio stampa?

Siamo di fronte non ad episodi discutibili ma ad errori tali da condizionare l’intera stagione di un club, qua è questione di vita o di morte di fronte a cui il silenzio non è una difesa per evitare conseguenze ancora peggiori ma un’offesa a tutto il mondo nerazzurro, dal capo di Oaktree fino al più giovane dei tifosi.

Esprimere il proprio sdegno nello spogliatoio come pare abbiano fatto Marotta e c. a fine gara non basta, il silenzio pubblico non fa più rumore di 50 parole giuste che avrebbero rappresentato lo stato d’animo di milioni di persone, principali stakeholder di ogni club senza i quali va a ramengo l’Inter e l’intero sistema calcio.

Gli ultimi a raccontare al mondo intero le cose come stavano furono Moratti, che aveva qualcosa in più del 2% delle quote del club, e Mourinho, che aveva gli attributi per chiudere la bocca a chiunque.

Da allora lunghi anni di silenzi, di timori o viltà travestite da eleganza dei comportamenti, atteggiamento che ha iniettato nei tifosi il meno nobile dei sentimenti sportivi, la rassegnazione, malattia per la quale esiste un solo antidoto formidabile, la passione.

Il popolo nerazzurro ne ha in quantità industriali nonostante tutto, proprietà e dirigenza pure ma evidentemente solo per i numeri dei bilanci.

Sarebbe davvero bello essere smentiti, con i fatti non a parole.

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