Milioni di ragazzini in lacrime perché non hanno mai visto un mondiale in vita loro è il commento più in voga dopo la terza eliminazione consecutiva dell’Italia dai mondiali ma anche il più banale.
In primis perché la gran parte di quei milioni di ragazzini se ne sbattono del calcio e soprattutto di quello italiano, l’adrenalina la cercano nella tiktoker semivestita o nel gaming sfrenato, un’ora e mezza alla TV per vedere partite a bassa intensità e coinvolgimento emotivo pari a zero per molti di loro non è un piacere ma quasi una punizione. Una volta non era così, una volta l’Italia era protagonista e le attenzioni anche dei più giovani le rubava con l’entusiasmo dell’appartenenza alla maglia azzurra.
In secondo luogo perché mal voluto non è mai troppo. Una filiera di comando che continua a fallire un obbiettivo dietro l’altro ma resta con le chiappe saldamente piantate sulla poltrona, nascondendosi dietro un Europeo vinto ormai un secolo fa grazie al miracolo di due dei pochi che di calcio sapevano davvero, Vialli e Mancini. Come nella politica la colpa è sempre di qualcun altro ma almeno in politica ogni tanto arriva un referendum a dare uno schiaffone e riportare tutti alla realtà. Nel calcio non ci sono elettori ma solo grandi elettori che se la cantano e se la suonano e quando se la perdono il culo da sacrificare non è mai il loro.
Hanno fallito tre mondiali ma non solo. Hanno risolto un problema che sia uno? Stadi, settori giovanili, nuove leve di allenatori, da quanti decenni ne sentiamo parlare? Programmi roboanti di inizio mandato e poi niente, sotto la grisaglia niente. Zero responsabilità comporta zero credibilità il risultato è matematico. Anni fa chiamarono Roberto Baggio al capezzale azzurro, il Divin codino studiò la faccenda per poi produrre un piano strategico complessivo che analizzava i problemi e proponeva alcune soluzioni. Risultato? Baggio capì di essere stato chiamato solo per imbellettare il moribondo, salutò la compagnia e il suo lavoro finì in fondo a chissà quale cassetto.
E quale credibilità pensa di avere un movimento che non riesce a risolvere un problema che esso stesso ha creato, che doveva risolverli alcuni problemi ma che l’insipienza degli uomini ha trasformato in una fucina di polemiche? Il VAR e la sua applicazione a pene di levriero è diventato un tarlo che erode la credibilità del calcio italiano anche e soprattutto all’estero, i danni all’immagine sono incalcolabili ma loro ballano come le dame del Titanic mentre la nave affonda.
La consapevolezza di aver toccato il fondo dovrebbe essere la base per ripartire se solo ci fosse la correttezza morale di riconoscere le proprie responsabilità e lasciare il campo immediatamente a chi dovrà eliminare le erbe infestanti per poi ararlo di nuovo seminando germogli di credibilità, innovazione, trasparenza, merito.
Non succederà o almeno non succederà subito giochiamoci pure tre euro alla Snai.
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