Lo confesso, uscendo da San Siro ieri sera la sensazione era quella del marito tradito. Poi 400 km per rimettere in fila i fatti nella maniera giusta.
Giochi con una squadra non blasonata ma che ha già punito City e Atletico, gente che da due mesi con il campionato fermo pensa solo ed esclusivamente alla Champions. 2 partite, 45 tiri in porta, 3 pali, 19 corner, due ore e mezza su tre passata nella loro area di rigore.
E’ una giustificazione? No, ma la realtà è questa.
La scintilla non si è accesa nella seconda partita, tantomeno nella terza. Si perché ieri sera di partite se ne sono giocate due, una fino al 58mo quando Akanji combina la frittata, l’altra da lì in poi. Nella prima l’Inter ci ha provato per come ha potuto, una volta andata sotto buonanotte suonatori, ha giocato solo l’orgoglio, la testa era già da altre parti.
Fa male, inutile negarlo, inutile anche andare a cercare giustificazioni, ancora più inutile aprire processi, il Bodo ha meritato di passare, punto.
Le considerazioni da fare sono diverse.
L’Europa è altro rispetto alla miseria tecnica e atletica della serie A. Dopo le prime quattro partite facili del girone, quando il gioco si è fatto duro con Liverpool, Arsenal, Atletico e Bodo, l’Inter è andata in sofferenza.
Inzaghi era riuscito a nascondere le toppe del cappotto nerazzurro e a far sovraperformare la squadra, cresciuta in personalità e autorevolezza, cresciuta con la fame di un digiuno troppo lungo fino a tornare nel cerchio magico del top continentale.
Fino alla finale di Monaco.
Da lì in poi si apre un altro capitolo, la Champions che aveva fatto sognare ha impresso una ferita che in qualche maniera ha ribaltato la visione.
Chi da inizio stagione parla di campionato come unico obbiettivo perseguibile può oggi sorridere e affermare a piena voce le sue ragioni. Tra loro la maggior parte dei tifosi, alla luce dei fatti e delle parole dei protagonisti anche la squadra e società.
Società ho detto, non la proprietà che è cosa diversa assai. L’eliminazione dalla Champions è una ferita anche per Oaktree ma è solo il bilancio che urla di dolore non certo i cuori del management a stelle e strisce.
Che, stavolta (ma ne dubitiamo) , speriamo abbia compreso la lezione di Tronchetti Provera, squadra competitiva uguale ricavi record uguale vittorie successive.
La logica dell’economia del calcio moderno dice che la proprietà deve mettere la cassaforte a disposizione della squadra (in misura razionale ovviamente).
Se è la squadra che diventa la cassaforte cui la proprietà attinge il corto circuito, prima o poi, arriva. Non sempre peschi nel tabellone Porto e Benfica, non sempre Acerbi la mette al sette al 93mo, in Italia puoi anche cullare sogni di gloria con tre euro in mano in Europa no, o crei valore vero in campo o chi i valori li ha ti sotterra.
Finalino d’obbligo, senza Lautaro la squadra di oggi perde non solo il finalizzatore ma anche l’unico in grado di reggere il peso di una parola: leader.
Barella e Thuram, coloro che dovevano farsi carico della spinta emotiva da trasmettere ai compagni hanno fallito, entrambi e rumorosamente.
Loro che una volta risolvevano problemi da mesi sono diventati una parte (importante) del problema. Hanno pensieri extra campo che li affliggono? Thuram soffre esageratamente della crescita impetuosa di Pio Esposito? Pensano al mondiale (ove mai lo possano giocare)?
Marotta tra le sue qualità ha sempre avuto quella di convincere i giocatori, con le buone o con le cattive e Chivu non sembra proprio l’uomo che rispetta gerarchie scollegate dal rendimento.
La panchina o qualche “ceffone” virtuale ben assestato sono da sempre la medicina migliore.
Perchè adesso non ci sono più scelte da fare, 10 punti di vantaggio a 12 giornate dalla fine impongono di portare a casa il 21mo, enorme cerotto che per molti coprirebbe la ferita inferta dal rigore di Pedro, incancrenita dalla manita del PSG e riaperta dal Bodo.
Per molti ma non per tutti…