Il silenzio che non fa onore al nostro calcio

Avatar di Raffaele Garinella

C’è un momento, nel calcio come nella vita, in cui il rumore lascia spazio alla responsabilità. Ieri sera, dopo Inter–Atalanta, quel momento è arrivato puntuale, quasi inevitabile. E ha assunto la forma più eloquente che esista: il silenzio.

Un silenzio che non appartiene ai protagonisti in campo, né alle società. È il silenzio di una parte della nostra critica, quella che negli ultimi mesi ha agitato con leggerezza parole pesanti, parole che dovrebbero essere maneggiate con cura: “campionato falsato”.

Ieri, di fronte a un errore arbitrale evidente, che ha inciso sulla partita e potenzialmente sulla classifica, quella stessa critica ha preferito tacere. E questo, più dell’episodio in sé, è ciò che dovrebbe farci riflettere. Il calcio italiano ha conosciuto stagioni difficili, ferite profonde, polemiche che hanno lasciato cicatrici. Proprio per questo, oggi più che mai, servirebbe una parola limpida, una misura equilibrata, una coerenza che non cambi colore a seconda della maglia coinvolta.

Perché se si invoca il “campionato falsato” quando un episodio favorisce l’Inter, allora la stessa severità dovrebbe valere quando un episodio la penalizza. Non per spirito di rivalsa, ma per rispetto della verità. E della credibilità di chi scrive.

Il nostro calcio ha bisogno di critici, non di tifosi mascherati. Ha bisogno di chi sappia riconoscere l’errore senza trasformarlo in un teorema. Ha bisogno di chi sappia dire una parola scomoda anche quando non conviene. Ieri, invece, abbiamo assistito a un fenomeno che non fa onore al nostro ambiente: la coerenza a corrente alternata. Quella che si accende solo quando serve a sostenere una tesi già scritta. E si spegne quando la realtà la smentisce.

L’errore di Manganiello è stato grave. Il VAR avrebbe potuto – e dovuto – intervenire. L’Inter ha protestato, e ha fatto bene a farlo. Ma ciò che pesa di più, oggi, è ciò che non è stato detto. Perché il calcio, per crescere, ha bisogno di una critica che sappia guardare negli occhi la verità anche quando non è comoda. Che sappia ammettere, con semplicità: “Abbiamo sbagliato giudizio”. Che sappia rinunciare alla tentazione di costruire narrazioni a senso unico.

E allora la domanda resta, non come provocazione, ma come invito alla maturità:
“Ma come? Non era un campionato falsato? E oggi tutti zitti.” Il calcio italiano merita di meglio. Merita voci coraggiose, non silenzi opportunisti. Merita la limpidezza che Candido Cannavò ha insegnato a tutti noi: la verità prima di tutto, sempre, anche quando non fa comodo.

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