Da Como al Como: la svolta è servita

Avatar di Raffaele Garinella

di Candido Baldini

Archiviati i risvegli traumatici di qualche settimana fa, in cui si sperava, nei primi istanti mattutini in cui sogno e realtà ancora si mischiano, che gli amari pareggi con Atalanta e Fiorentina fossero solo un incubo di onirica regia , il popolo interista può finalmente godersi un panorama più dolce.

Gli ultimi match di campionato hanno ormai trasformato quel “se”, riferito alla possibile vittoria dello scudetto, in un più esalante (seppur prudente)“quando”. In maniera un po’ inaspettata e’ arrivata poi la finale di Coppa Italia, al termine di un cammino timido e silenzioso.

Lungi dal Voler già stilare bilanci, il +12 su Napoli e Milan, con la ciliegina della finale di Coppa Italia, consentono quanto meno di soffermarsi su qualche riflessione. Viene senza dubbio voglia di spostare le lancette al primo giugno del 2025. Un day after senza dubbio diverso da quello odierno.

Il gruppo era appena passato alla storia in negativo per il peggior risultato in una finale di champions league. L’allora condottiero, che con un occhio guardava impotente il PSG che asfaltava i suoi e con l’altro si accertava di non aver dimenticato nulla da mettere in valigia, era già virtualmente (probabilmente non solo) volato in Arabia.

L’abbandono ha necessariamente portato a vagliare i (pochi) nomi rimasti. E tra allenatori esperti che non se la sono sentita di sposare una causa tanto complessa e chi, identificato come il vate che avrebbe mostrato al calcio la via del proprio futuro scelse di restare in luoghi di ambientazione manzoniana, la scelta si riduceva ad uno tra Chivu e Vieira.

Prevalse il primo, forte delle sue ormai famose 13 panchine in serie A. Come un fulmine a ciel sereno sono esplose notizie inattese su preoccupanti fratture del gruppo. Gli sfoghi di Lautaro e le foto del padel mostravano realtà raccontavano di uno spogliatoio tutt’altro che sereno. Il mercato in cui sono stati spesi 75 milioni senza aggiungere un titolare (al netto del akanji) e il mancato acquisto di giocatori che avrebbero permesso a Chivu di giocare il suo calcio completavano l’opera.

Le premesse lasciavano presagire disfatte di mazzariana o stramaccionaniana memoria.
Le due sconfitte nelle prime tre confermano la sensazione che nulla di buono sarebbe accaduto in questa stagione, tanto che sui cieli di appiano si mormora aleggiasse uno spettro pungente dalle fattezze brizzolate e portoghesi.

Ma la società ha scelto di non intervenire. Se per convinzione sul progetto o per ragioni di bilancio non è dato sapere. Sappiamo solo che questo astensionismo, con grande coerenza, è stato ribadito a gennaio. E allora a Chivu non è rimasta altra scelta se non quella di guardarsi dentro, e di portare una squadra impaurita anche dalla sua stessa ombra a fare altrettanto.

E l’ex difensore, districandosi tra lavoro di campo e sedute da psicologo negli uffici della Pinetina, in cui scandagliava i meandri più profondi della psiche dei suoi e’ riuscito a dare una svolta. E da quel punto in poi ha saputo vincere tutto. Sfortuna, le assenze di dumfries, Thuram, Calhanoglu e Lautaro. Qualche svista arbitrale di troppo nei momenti cruciali.

L’assenza di un portiere solido. Una rivoluzione necessaria ma rimandata. Un mercato di riparazione nullo che fa eco a quello estivo che, ad essere buoni, può essere definito inefficace. Chivu ha vinto tutto. Sopratutto ha saputo vincere le partite della svolta, ironia del destino, contro il Como di quel Fabregas che tutti hanno prima invocato e poi rimpianto. L’allenatore che tutti avrebbero voluto famelicamemte vogliosi di innovazione, e che con il suo rifiuto ha fatto (ancor di più) storcere il naso di fronte alla scelta del romeno, ha machiavellivicamente rappresentato i punti di svolta della carriera del tecnico nerazzurro.

E cosi il campionato definito potenzialmente tra i più belli vista la contemporanea presenza di Conte allegri gasperini sarri ai quali si è aggiunto anche Spalletti rischia seriamente di essere vinto da quello con 13 panchine all’attivo in serie A. Quel 13 che per anni ha rappresentano il numero di scudetti cui si restava inesorabilmente bloccati assume ora un significato diverso.

Chi è interista e ha seguito da vicino le vicende sa quale valore questo risultato assumerebbe. Chi tiene all’Inter Dovrebbe essere il primo a difendere questo titolo, senza cadere nel tranello di chiamarlo “scudettino”, visto quanto la squadra ha saputo renderlo facile e quasi scontato nonostante le premesse.

Di certo l’uscita con il Bodo brucia, soprattutto se si guarda a ciò che potenzialmente ci sarebbe potuto essere nella parte successiva del cammino.
Ma pretendere da questa squadra un percorso europeodi livello rischiava di rievocare mitologie che raccontano di ali di cera liquefatte dall’ambizione di essersi voluti avvicinare troppo alle stelle.

Questa squadra necessitava di una guarigione, e lo scudetto sarebbe il miglior cerotto. Ed un’eventuale Coppa Italia in più renderebbe il risanamento (ma
chiamiamola anche rivalsa) ancora più dolce.

Le immagini pubblicate su questo sito sono state reperite da fonti pubblicamente accessibili in rete. Qualora la loro pubblicazione violasse diritti d’autore o altri diritti esclusivi, si prega di comunicarlo tempestivamente all’amministratore del sito. Provvederemo con sollecitudine alla rimozione del materiale segnalato.

Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Related Posts