Ernesto Pellegrini, presidente nerazzurro dal 1984 al 1995, non ha mai fatto mistero del suo rammarico. «Diciamo che moralmente avremmo meritato anche lo Scudetto del ’90/’91», ha dichiarato anni dopo. «In alcune partite, compreso lo scontro diretto con la Sampdoria, gli arbitri ne hanno combinate davvero di tutti i colori. Purtroppo all’epoca non esisteva il VAR».
Parole nette, quasi liberatorie, di un uomo che ha vissuto sulla pelle quel campionato come un’ingiustizia sportiva. E aveva ragione a sentirsi così. La stagione 1990-91 è una di quelle che il calcio italiano non dimentica. La Sampdoria di Vujadin Boškov, con i gemelli del gol Roberto Mancini e Gianluca Vialli in stato di grazia, con Pietro Vierchowod a fare il leone in difesa e Gianluca Pagliuca tra i pali, conquistò il suo primo (e finora unico) tricolore. 51 punti, +33 di differenza reti, una macchina da gol e da punti. Meritatissimo, sul campo. Ma per l’Inter di Giovanni Trapattoni – quella con Lothar Matthäus, Jürgen Klinsmann, Andreas Brehme, Giuseppe Bergomi e Walter Zenga – fu una ferita che ancora oggi brucia.
I nerazzurri chiusero a 46 punti, terzi dietro al Milan (anche loro a 46, ma meglio in classifica avulsa). Campioni d’inverno, dominatori per lunghi tratti, con un attacco stellare e un centrocampo da paura. Eppure il titolo sfuggì. Il colpo decisivo arrivò il 5 maggio 1991 a San Siro: Inter-Sampdoria 0-2. Una partita che, a rileggerla oggi, sembra scritta da un regista sadico. L’Inter dominò (24 tiri contro 6), Klinsmann si vide annullare un gol per un fuorigioco inesistente, Bergomi e Mancini vennero espulsi per un battibecco da cortile, ci furono almeno due rigori netti non concessi. Pagliuca parò il penalty a Matthäus e Vialli, a porta vuota, chiuse i conti. Dossena aveva già sbloccato.
Fu la partita che consegnò lo scudetto alla Samp, ma anche quella che lasciò negli interisti la sensazione netta di essere stati derubati. Pellegrini non parlava a vanvera. Non era solo quel pomeriggio: ci furono altri episodi sospetti, come la trasferta di Firenze, dove gli arbitri – secondo il presidente – condussero male la gara. Senza VAR, senza moviole, senza prove video, restava solo il verdetto del campo e la rabbia di chi si sentiva più forte. L’Inter di quell’anno era una corazzata: tecnica, fisica, esperta. Aveva tutto per vincere il campionato. Invece vinse solo la Coppa UEFA, battendo la Roma in finale (2-0 all’andata a San Siro, 0-1 al ritorno all’Olimpico).
Un trofeo europeo che, in un’annata così amara, suonò come una rivincita. Fortunatamente, verrebbe da dire. Perché sì, la Samp meritò il suo scudetto storico: fu una squadra bellissima, compatta, capace di stupire un’Italia che non la vedeva arrivare. Ma l’Inter di Pellegrini, Matthäus e compagni avrebbe meritato di giocarselo fino in fondo senza quei tutti i colori degli arbitri. Il presidente lo disse chiaro: moralmente quel tricolore era suo. E chi ha visto quelle partite, chi ha rivissuto le proteste, i pali, i rigori negati, non può che dargli ragione. Il calcio è anche questo: rimpianti che diventano leggenda, trofei che consolano, scudetti che si sentono morali.
Il 1990/91 resta l’esempio perfetto. La Samp esultò con il sorriso di chi ha compiuto l’impresa della vita. L’Inter, pur terza, alzò una Coppa UEFA e un orgoglio che nessuna sentenza arbitrale poteva scalfire. E Pellegrini, da presidente innamorato, poté dire senza ipocrisia: quel campionato, nel cuore, era nostro.
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