In principio fu Manuel Akanji, uno che la Champions League non l’ha solo vista da vicino ma l’ha vinta con il Manchester City, a suggerire che questa Inter dovesse puntare con decisione allo scudetto. Una considerazione non banale: chi la massima competizione europea l’ha giocata davvero conosce il peso delle squadre, la profondità degli avversari e la distanza che separa l’élite dal resto. E proprio per questo, forse, aveva intuito prima di altri quale fosse la strada più realistica per i nerazzurri.
Dopo una stagione in cui l’Inter è arrivata in fondo a tutto senza però sollevare alcun trofeo, la squadra sembra aver compiuto una scelta precisa — consapevole o meno poco importa — orientando le proprie energie sul campionato. Le ragioni sono molteplici e tutte comprensibili.
Partiamo dai giocatori in scadenza: Sommer, Darmian, Acerbi, De Vrij e Mkhitaryan. Professionisti esperti, che conoscono il calcio e i suoi tempi. Per loro, lo scudetto rappresenta l’obiettivo più concreto e immediato da inseguire in quella che sarà l’ultima stagione in nerazzurro. Poi c’è il cuore della squadra: Bisseck, Dumfries, Barella, Çalhanoglu, Zielinski, Frattesi, Dimarco, Carlos Augusto, Lautaro e Thuram. Giocatori nel pieno della maturità sportiva, che dopo la delusione dell’anno scorso hanno bisogno di trasformare il percorso in un risultato tangibile. Vincere ora non è solo un desiderio: è una necessità psicologica. E infine i nuovi arrivati: Pio Esposito, Bonny, Sučić, Diouf e Luis Henrique. Giovani che vivono la loro prima stagione all’Inter e che sognano di iniziare il proprio ciclo con un titolo nazionale, il più identitario e formativo.
Cristian Chivu, al debutto su una panchina di questo livello, sta mostrando personalità e idee chiare. In Italia domina, gestisce, convince. In Europa, però, il discorso è diverso: la competitività non è ancora quella delle grandi potenze. L’eliminazione contro il Bodø/Glimt ha lasciato l’amaro in bocca, certo, ma avrebbe davvero avuto senso proseguire per poi ritrovarsi a incrociare il Manchester City o, nella migliore delle ipotesi lo Sporting Lisbona, nel mezzo di un calendario già congestionato da derby, Atalanta e Fiorentina? Nessuno ha benedetto l’eliminazione, sia bene inteso. Tutti avrebbero voluto qualificarsi agli ottavi ma, ad eliminazione certa, certi ragionamenti vanno fatti.
La verità è che il rischio di perdere punti pesanti sarebbe stato concreto, mentre le probabilità di un percorso europeo profondo restavano ridotte. Dieci punti sul Milan e quattordici sul Napoli non sono un’assicurazione. La storia recente del nostro campionato lo dimostra: vantaggi importanti possono evaporare rapidamente. L’Inter stessa, negli anni, ha visto scudetti sfumare quando sembravano già indirizzati. E altre big, come la Juventus, hanno pagato caro cali improvvisi. Si torni ai nove punti di vantaggio sulla Lazio con meno partite – rispetto a quelle che attendono l’Inter – da disputare.
Per questo lo scudetto non è solo un obiettivo: è una necessità strutturale. Vincere il titolo significherebbe chiudere un ciclo salutando con gratitudine i senatori che hanno scritto pagine importanti in nerazzurro, capire chi vuole restare davvero, chi sente ancora il peso e l’onore della maglia, pianificare il futuro con lucidità, anche alla luce degli investimenti estivi.
La società è chiamata ad operare meglio perché i 50 milioni complessivi per Diouf e Luis Henrique, alla prova dei fatti, hanno sollevato più di un interrogativo, e il mercato di gennaio non ha portato alcun rinforzo. Lo scudetto, insomma, serve per mettere ordine. Per dare un senso al presente e una direzione al futuro. Per non ripetere gli errori del passato. Questo è. Punto.
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