Il calcio, diceva il vecchio maestro, è un giuoco semplice che gli uomini complicano per vanità o per paura. L’Inter pare oscillare tra la vanità di credersi completa e la paura di ammettere le proprie crepe. Eppure, basta guardare la fascia destra per capire che la parola emergenza non è un capriccio semantico, ma un dato di fatto.
A destra, Chivu ha il solo Luis Henrique: bravo, diligente, volenteroso, ma non ancora uomo di fascia secondo i canoni del 3-5-2. Dumfries è infortunato dalla partita contro la Lazio, Darmian non ha mai giocato. E allora, se a destra questa non è emergenza, che cos’è? Un allenatore che ha portato idee nuove e coraggio meriterebbe almeno un soldato in più, non la promessa vaga di cogliere opportunità.
Il punto, però, non è gennaio. Il punto è l’estate. Quasi cinquanta milioni per Luis Henrique e Diouf: investimento generoso. Perché chi mastica calcio sa che il 3-5-2 di Chivu non è il 3-5-2 di Inzaghi: cambia la geometria, cambia la respirazione della squadra, cambia il modo di occupare il campo. E il brasiliano, che a Marsiglia giocava in un altro modo e in altro modulo, sarebbe stato difficilmente congeniale anche al vecchio impianto inzaghiano.
Si poteva spendere meglio. Una mezzala fisica, un portiere che desse futuro oltre che presente, un esterno più adatto al calcio di Chivu. E magari una mezzala meno costosa di Diouf, che oggi gioca col contagocce come un liquore pregiato che nessuno osa stappare. Poi c’è Pepo Martinez: quando ha giocato, non ha tremato. Perché allora non è titolare? Mistero degno dei Navigli d’inverno, dove la nebbia inghiotte tutto e restituisce solo domande.
L’Inter non è allo sbando, la rosa è forte, sì, ma non infinita. E il calcio, come la vita, punisce chi confonde la speranza con la programmazione. Chivu merita rispetto, e rispetto significa dargli gli strumenti. Non promesse o opportunità. Servono scelte. Servono uomini. Servono idee chiare. Tutto il resto, come cantava Califfo, glorioso fratello nerazzurro, è noia.
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