Perchรฉ il nostro calcio รจ diventato un incubo burocratico da cui non ci lasciano svegliare
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Ho combattuto a lungo con me stesso, in questo giorno di silenzio e macerie, indeciso se valesse ancora la pena scrivere di Nazionale. Non ne parlo da tempo, forse per autodifesa, forse per una forma di stanco distacco verso un mondo che non riconosco piรน. Ma alla fine, ha prevalso quel sentimento antico e testardo verso un gioco che mi ha fatto emozionare e piangere fin dal primo istante in cui ho visto un pallone rotolare per strada. Scrivo perchรฉ il dolore di oggi non รจ solo sportivo, รจ il lutto per una bellezza che ci hanno scippato sotto il naso. Scrivo perchรฉ dobbiamo ricordarci chi eravamo, per capire l’abisso in cui ci hanno trascinati. Cโรจ unโimmagine che oggi, mentre contiamo le macerie dellโennesimo naufragio a Zenica contro la Bosnia, squarcia lโanima come un rintocco funebre. ร il 24 febbraio 1993. Stadio Das Antas, Oporto. Lโaria era densa, carica di quella tensione che senti solo quando affronti i padroni del mondo. Il Portogallo di Paulo Futre e di un giovanissimo, sfacciato Luรญs Figo ci aspettava per lโesecuzione, protetto dai “fabbri” di una difesa brutale: Fernando Couto e Jorge Costa, giganti d’area pronti a demolire chiunque osasse sfidarli. Ma noi avevamo la Classe al Potere. Quella sera non andammo a giocare, andammo a regnare: 1-3. Roberto Baggio aprรฌ il sipario con un tocco di velluto, beffando i colossi lusitani, poi Casiraghi e Dino Baggio calarono la scure. Era unโItalia che non chiedeva permesso: entrava in casa delle corazzate, affondava lโInghilterra di Gascoigne, domava la Scozia e si prendeva il destino per i capelli. Mentre una volta i club italiani dominavano le competizioni europee e la Nazionale ne era la cartina di tornasole โ una parentesi patriottica, una sosta necessaria dalla rivalitร costruttiva del campionato โ oggi la maglia azzurra รจ avvertita quasi come un intralcio. Abbiamo barattato l’onore con il fastidio logistico. E la colpa non รจ dei tifosi, ma dei vertici che hanno trasformato il gioco in un prodotto seriale, scontato, piegato esclusivamente alle logiche del business e colpevolmente dimentico della sua natura popolare. ร lo scontro tra il cuore del tifoso, che ancora vorrebbe battere per un sogno, e la testa fredda di chi gestisce il calcio come un foglio Excel. Nel ’93, contro il Portogallo, Sacchi si permetteva il lusso di tenere a casa gente come Signori, Mancini o Vialli. Oggi, contro la Bosnia, cerchiamo la salvezza in onesti mestieranti che quel mondiale del ’94 non avrebbero potuto vederlo nemmeno dalla tribuna. E sia chiaro: non ce lโho con loro. Questi ragazzi sono le prime vittime di un sistema che li ha voluti esattamente cosรฌ. Mi torna in mente l’immagine di Another Brick in the Wall dei Pink Floyd: una catena di montaggio che livella le differenze, che trasforma il genio in un mattone anonimo nella parete della tattica esasperata. Li abbiamo privati della libertร di inventare per renderli ingranaggi funzionali. Questa รจ la misura del nostro fallimento: abbiamo scambiato l’oro con lo stagno.
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Il delitto perfetto ha radici profonde. Oggi facciamo pena in Europa, con i club come con la Nazionale. E le due cose sono strettamente collegate, vasi comunicanti di un sistema che ha smesso di produrre bellezza. Roberto Baggio, lโuomo che parlava al pallone dandogli del “tu”, aveva visto il deserto arrivare. Presentรฒ alla Federazione un progetto monumentale: 900 pagine di visione pura per rifondare i settori giovanili. Chiedeva unโorganizzazione capillare che cercasse la scintilla negli occhi dei ragazzini, che insegnasse la carezza al cuoio prima della tattica. La risposta? Il silenzio assordante di chi preferisce la poltrona al campo. Quelle pagine sono rimaste a marcire nei cassetti, mentre il nostro calcio moriva di sete.
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Abbiamo commesso il peccato originale: abbiamo rubato ai bambini il diritto di fallire. Nei nostri vivai si insegna la diagonale difensiva prima ancora del dribbling. Li imbottiamo di schemi, trasformandoli in soldatini terrorizzati dall’errore. Li costringiamo ad essere perfetti da piccoli, quando invece bisognerebbe esserlo da grandi, maturando sugli errori commessi quando si รจ in erba. Il risultato? Arrivano a venti anni senza saper rischiare la giocata, sciogliendosi come neve al sole davanti alla Bosnia di turno. Ma il furto piรน atroce รจ quello dei sogni. Un tempo l’azzurro al Mondiale era una certezza, un rito collettivo. Oggi abbiamo un’intera generazione di adolescenti che non ha mai visto l’Italia a un Mondiale. Ai miei tempi questo sarebbe stato semplicemente inconcepibile, unโeresia, un incubo matematicamente impossibile. Abbiamo tolto loro l’appuntamento con la storia, lasciandoli orfani di quegli eroi che a noi facevano sentire invincibili.
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Il cammino verso Pasadena fu un’epopea di bellezza perchรฉ avevamo un’anima. Oggi siamo una macchina ingolfata dalla politica. Mentre il Paese s’interroga sulle macerie, nei palazzi del potere il silenzio รจ interrotto solo dal rumore dei bulloni che stringono le poltrone al pavimento. Le dimissioni sono diventate un concetto astratto, un fastidio da evitare con un comunicato stampa. Chi ha fallito tre volte non si scosta: guarda il disastro e lo chiama “percorso”. La veritร brucia sulla pelle come il sale: ๐ฅ๐ผ๐ฏ๐ฒ๐ฟ๐๐ผ ๐๐ฎ๐ด๐ด๐ถ๐ผ ๐ฐ๐ถ ๐ฟ๐ฒ๐ด๐ฎ๐น๐ฎ๐๐ฎ ๐น’๐ฒ๐๐ฒ๐ฟ๐ป๐ถ๐๐ฎฬ ๐ถ๐ป ๐๐ป ๐๐ผ๐ฐ๐ฐ๐ผ ๐ฑ๐ถ ๐ฝ๐ฎ๐น๐น๐ฎ, ๐พ๐๐ฒ๐๐๐ถ ๐๐ถ๐ด๐ป๐ผ๐ฟ๐ถ ๐ผ๐ด๐ด๐ถ ๐ฐ๐ถ ๐ฐ๐ผ๐ป๐ฑ๐ฎ๐ป๐ป๐ฎ๐ป๐ผ ๐ฎ๐น๐น’๐ผ๐ฏ๐น๐ถ๐ผ. ๐๐ฎ๐ด๐ด๐ถ๐ผ ๐ฐ๐ผ๐ฟ๐ฟ๐ฒ๐๐ฎ ๐ถ๐ป๐ฐ๐ผ๐ป๐๐ฟ๐ผ ๐ฎ๐น ๐๐ผ๐น๐ฒ ๐ฑ๐ถ ๐ฃ๐ฎ๐๐ฎ๐ฑ๐ฒ๐ป๐ฎ ๐ฐ๐ผ๐ป ๐ถ๐น ๐ฝ๐ฒ๐๐ผ ๐ฑ๐ถ ๐๐ป๐ฎ ๐ป๐ฎ๐๐ถ๐ผ๐ป๐ฒ ๐๐๐น๐น๐ฒ ๐๐ฝ๐ฎ๐น๐น๐ฒ ๐ฒ ๐น๐ฎ ๐น๐ฒ๐ด๐ด๐ฒ๐ฟ๐ฒ๐๐๐ฎ ๐ฑ๐ถ ๐๐ป ๐ฏ๐ฎ๐บ๐ฏ๐ถ๐ป๐ผ ๐ฐ๐ต๐ฒ ๐ถ๐ป๐๐ฒ๐ด๐๐ฒ ๐๐ป ๐๐ผ๐ด๐ป๐ผ. ๐ค๐๐ฒ๐๐๐ถ ๐๐ถ๐ด๐ป๐ผ๐ฟ๐ถ, ๐ถ๐ป๐๐ฒ๐ฐ๐ฒ, ๐ฟ๐ฒ๐๐๐ฎ๐ป๐ผ ๐ถ๐บ๐บ๐ผ๐ฏ๐ถ๐น๐ถ ๐๐ฟ๐ฎ ๐น๐ฒ ๐บ๐ฎ๐ฐ๐ฒ๐ฟ๐ถ๐ฒ ๐ฑ๐ถ ๐ญ๐ฒ๐ป๐ถ๐ฐ๐ฎ, ๐ฑ๐ผ๐ฝ๐ผ ๐ฎ๐๐ฒ๐ฟ ๐๐ฝ๐ฒ๐ป๐๐ผ ๐น๐ฎ ๐น๐๐ฐ๐ฒ ๐ฒ ๐ฎ๐๐ฒ๐ฟ ๐ฝ๐ฒ๐ฟ๐๐ผ ๐น’๐ถ๐ป๐๐ฒ๐ฟ๐ฟ๐๐๐๐ผ๐ฟ๐ฒ ๐ฝ๐ฒ๐ฟ ๐ฟ๐ถ๐ฎ๐ฐ๐ฐ๐ฒ๐ป๐ฑ๐ฒ๐ฟ๐น๐ฎ. ๐๐๐ถ ๐ฒ๐ฟ๐ฎ ๐ถ๐น ๐๐ผ๐ด๐ป๐ผ ๐ฐ๐ต๐ฒ ๐ฑ๐ถ๐๐ฒ๐ป๐๐ฎ๐๐ฎ ๐ฟ๐ฒ๐ฎ๐น๐๐ฎฬ, ๐น๐ผ๐ฟ๐ผ ๐๐ผ๐ป๐ผ ๐น’๐ถ๐ป๐ฐ๐๐ฏ๐ผ ๐ฑ๐ฎ ๐ฐ๐๐ถ ๐ป๐ผ๐ป ๐ฐ๐ถ ๐น๐ฎ๐๐ฐ๐ถ๐ฎ๐ป๐ผ ๐๐๐ฒ๐ด๐น๐ถ๐ฎ๐ฟ๐ฒ.